Piero Longo

Archeologo

“… cum Titus Annius ipse magis de rei publicae salute quam de sua perturbetur…” (“… mentre è proprio Tito Annio a preoccuparsi della salvezza dello Stato più ancora che della sua…”). Con queste parole, Marco Tullio Cicerone iniziava la sua orazione “Pro T. Annio Milone”: era il 4 aprile dell’anno 52 a.C.

L’anno precedente si era chiuso senza che a Roma si svolgessero le regolari elezioni per la nomina della nuova coppia consolare. Ed ecco che il 18 gennaio presso Boville, sulla via Appia, si scontrano le bande dei populares, guidate da Publio Clodio, e quelle degli optimates, guidate da Annio Milone: nello scontro, Publio Clodio viene ucciso in circostanze che nemmeno l’oratoria o, per meglio dire, la titubante oratoria ciceroniana, riuscì a chiarire.

Roma reagì a questo preludio di guerra civile nominando Pompeo consul sine collega. Questi, dietro richiesta del fratello maggiore di Publio, Appio Claudio, indisse il processo davanti ad un collegio giudicante composto in un primo momento da 81 giudici, successivamente ridotti a 51.

Al processo, i clodiani presidiavano il Foro; Pompeo, con un drappello di soldati, osservava in disparte, pronto ad intervenire. Cicerone, che mai in vita sua aveva brillato per coraggio, iniziò l’8 aprile una arringa difensiva condizionata dall’atmosfera intimidatoria che lo circondava. Milone venne condannato: 38 giudici su 51 decisero di mandarlo in esilio (trattandosi di un cittadino romano, non poteva essere condannato a morte). Come destinazione, egli scelse Marsiglia: lì, degustando un piatto di triglie, avrebbe detto, dopo aver letto l’arringa ciceroniana (non corrispondente a quella effettivamente pronunciata nel processo): “Se Marco Tullio avesse parlato come dopo ha scritto, non sarei ora qui a Marsiglia a mangiare delle ottime triglie”.

Ma cosa può riguardare Terracina questo episodio che vede coinvolti i maggiori personaggi della Roma tardo-repubblicana? Il motivo sembra esistere, ed è identificabile in una iscrizione tracciata quasi al centro del breve setto murario oggetto del nostro discorso. Il graffito murale, lungo cm. 23,3 ed alto cm. 2,5, propone due righe: nella prima le lettere, scritte con molta cura, sono alte cm. 0,5-1,2, nella seconda, meno incisa, le lettere appaiono leggermente più piccole, cm. 0,4-0,8. Il testo riporta:

Publi progenies Appi cognomine Pulchri occubuit letum

La traduzione, o per meglio dire l’interpretazione, è solo apparentemente semplice; dovrebbe recitare così: O Publio, discendente di Appio, dal cognome Bello, giace morto.

Nessun dubbio che si tratti di un esametro dattilico e che il soggetto appartenga all’aristocrazia romana, qui identificata con la famiglia Pulcher. I problemi sorgono con l’uso del vocativo iniziale Publi, infatti l’anonimo versificatore nel secondo rigo ha utilizzato la terza persona, occubuit, e Appi è certamente un riferimento alla discendenza del morto dal più celebre esponente di questa gens, Appius Claudius Caecus. In sostanza, il graffito potrebbe tranquillamente essere reso in senso letterale con: “O Publio Pulcro (Bello), discendente (indegno) di Appio (Claudio Cieco), sei finalmente morto”.

Torniamo ora all’ignoto estensore dell’esametro. I suoi versi sono, per l’epoca, piuttosto antichi, ricchi di una solennità che riconduce ad Ennio. Il primo esametro è tecnicamente perfetto, il secondo viene interrotto dopo la pentemimera (la pausa semiquinaria della poesia classica, che cade dopo cinque mezzi piedi, a metà del terzo), salvo che non si tratti del primo semipiede del pentametro.

La cronologia del graffito non deve superare di molto la data del 18 gennaio: il voler ricordare con tale fredda ironia l’uccisione del tribuno deve essere stato un gesto immediato, in un momento anche immediatamente vicino all’episodio.