Piero Longo

Archeologo

Immagine di un atleta

Sulla sinistra dell’iscrizione di Clodio. In gran parte perduto nella parte superiore, il graffito rappresenta un uomo, probabilmente un atleta, visto nell’atto di correre, il tutto in una riproduzione assolutamente approssimativa. Dovremmo avere, come nel caso del gladiatore, il ricordo di una gara ludica, in questo caso meno cruenta e, per la mentalità antica, anche meno interessante.

Fiore geometrico

Un rozzo compasso, sicuramente un chiodo al quale era stata legata una corda alla cui estremità era stato fissato un secondo chiodo, servì a realizzare un cerchio praticamente perfetto, entro il quale venne disegnato un emblema.

Testa maschile

L’immagine, alta cm. 5 e larga cm. 3, ritrae il volto di un uomo barbato, visto di profilo nell’atto di volgersi verso la sua destra. I tratti risultano tracciati in maniera estremamente sommaria, forse ha la barba ed i capelli sono ricci. Escluderei una restituzione caricaturale di un volto, ma tutto in questo graffito appare estremamente ipotetico.

Teste maschili

Quella di sinistra (alta cm. 4,2 e larga cm. 2,8) rappresenta il profilo di un uomo barbato e dalla folta capigliatura, quest’ultima resa attraverso una serie di linee mosse, forse il tentativo di rendere l’idea di una testa ricciuta. La seconda, posta sulla destra della precedente, in una posizione leggermente sopraelevata, è stata resa dall’ignoto estensore in maniera quasi frontale: l’uomo si propone rivolto leggermente verso la sua destra, quasi a guardare l’altro personaggio. Sulle guance dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) spuntare una leggera barba, mentre la capigliatura è resa a ciocche bipartite; notare l’estrema caratterizzazione del setto nasale.
Figura maschile Parlare per questa immagine di “figura maschile” è certamente un peccato di presunzione in quanto, francamente, nella rozza conformazione tracciata sul muro anche un’altra lettura potrebbe essere valida.

Prua di una nave?

Il primo disegno dopo il vasto tratto di intonaco perduto dovrebbe raffigurare la prua di una nave, di cui le tre tracce trasversali costituirebbero il timone.

Cominius Chilo

Nel descrivere questo graffito, una testa di incerta attribuzione e il nome di un misconosciuto personaggio, è probabile che si debba tornare sul discorso dei ludi gladiatori. Ma, procediamo con ordine. L’iscrizione, lunga cm. 8 e con lettere alte da un minimo di cm. 0,8 ad un massimo di cm. 1,8, riporta: Cominius Chilo. Sotto, sommariamente riprodotta, compare una testa, e qui iniziano i problemi.

Heikki Solin, lo studioso finlandese che ha pubblicato i graffiti, scrive: “darunter, ein Ochsenkopf” (sotto, una testa di toro). Ho esaminato a lungo questo ritratto, e sono giunto alla conclusione che non di una testa di bue debba trattarsi, ma bensì di una testa umana, anche se sommariamente tratteggiata. Se esatta questa lettura iconografica, il personaggio immortalato altri non può essere che Cominius Chilo.

Cominius è un nome gentilizio molto noto nel Lazio ed in Campania: a Terracina altri due personaggi presentano questo nome. Chilo, nella forma grecizzante Cheilon (quindi con la presenza della lettera H), è un cognome (o, forse sarebbe meglio parlare di ex nome servile) molto diffuso a Roma e a sud di Roma, soprattutto come nome di schiavo o di liberto, condizione sociale che incontriamo in ben 22 delle 35 iscrizioni che hanno restituito questo nome.

Il nostro personaggio doveva essere quindi di origine servile, forse un ex schiavo; notare inoltre l’assenza del prenome, fatto estremamente plausibile in un simile documento. Ma, come vedremo tra poco, una sua posizione libertina non appare del tutto negabile.

Il Solin, identificando la testa con quella di un bue, ricollega l’immagine a quella del gladiatore, giungendo alla conclusione che, rimanendo nell’ottica dei ludi gladiatori, in questo caso avremmo l’immagine di un lottatore di fiere, e l’animale rappresenterebbe il suo avversario. L’analisi, se di testa animale si tratta, sembra condivisibile: ma due particolari inficiano tale conclusione. Il primo, ricordato in precedenza, è che la testa graffita appartiene ad un uomo, il secondo, e qui ritorniamo al nome del personaggio, è che quest’ultimo, se vuole rappresentare se stesso, “sa scrivere”.

Probabile, se di autocaricatura si tratta, che Cominius Chilo fosse un liberto di origine greca, dotato di una buona cultura (ripeto: sapeva scrivere!), che ha voluto lasciare un ricordo (nemmeno lui avrebbe immaginato quanto duraturo) della sua anonima esistenza. 

Caesar

E’ l’ultima immagine realizzata sul muro, e questa sua posizione dovrebbe aiutarci moltissimo per stabilire il limite di sopravvivenza di questo breve setto murario. Il graffito, alto nella sua totalità (iscrizioni e testa) cm. 7, largo cm. 5, propone un ritratto, alto cm. 4, largo cm. 2,5, e due iscrizioni, una in latino ed un’altra in greco. La prima è lunga cm. 3 e le lettere hanno un’altezza massima di cm. 1,2 ed una minima di cm. 0,8; il testo greco è lungo cm. 5, con lettere alte tra gli 0,8 ed 1,3 cm. Riassumendo, abbiamo:

  • CAESAR
  • La testa di un uomo
  • CAICAP

L’ignoto autore, se di un solo estensore si tratta, nel tentativo di proclamare il suo bilinguismo (latino e greco) ha però commesso un marchiano errore. Infatti, nel testo greco, da leggersi SAISAR, ha usato nella prima lettera, al posto del K, una C, che in greco è il simbolo maiuscolo del sigma. L’ipotesi che i due testi appartengano a mani diverse appare plausibile, ma, trattandosi di lettere graffite, la grafia non è fondamentale per sostenere una simile ipotesi: in realtà, l’idea che non si tratti di un solo estensore viene dalla “negligente” stesura del testo greco, e questo è troppo poco.

Errori a parte, chi è il Caesar immortalato in veste caricaturistica? Considerata la presenza del graffito di Clodio, immediata è l’identificazione del personaggio con Gaio Giulio Cesare (100-44 a.C.). Non va tuttavia negata la possibilità che possa trattarsi di Ottavio, il quale, prima di divenire più noto con il nome di Ottaviano Augusto, veniva appellato con l’epiteto di Caesar. Altri appartenenti alla casata della gens Iulia non possono essere presi in esame, soprattutto perché la semplice denominazione Caesar, divenuta in pratica un epiteto laudativo (una sorta di deificazione antesignana), non era usuale. Non dovrebbero quindi sorgere ulteriori motivi di discussione se il Caesar qui ricordato viene riconosciuto con la persona del dittatore. Il Solin scrive a tale proposito: “… e non escludo che la figura sia da spiegare con le stesse deduzioni relative all’iscrizione di Clodius, riferendola cioè agli avversari di Cesare”. (Trad. dal tedesco di E. Selvaggi).

Per meglio comprendere questa frase, occorre una breve digressione storica. Nel 59. a.C., Publius Claudius Pulcher, patrizio di nascita, venne adottato per motivi esclusivamente politici, previo consenso di Giulio Cesare, in una famiglia plebea; da quel momento trasformò il proprio gentilizio Claudius nella forma plebea Clodios. Sia Cesare che Clodio difesero le sorti dei populares, rendendosi così invisi alla nobiltà. Il ritratto, accettandone l’identificazione con Cesare, non sembra distaccarsi dall’iconografia classica del dittatore. Confronti con monete e gemme confortano nell’idea di riconoscere nei tratti rozzamente incisi del graffito terracinese un uomo sulla cui fisionomia sappiamo ben poco. Svetonio ce lo descrive calvo, anzi costretto per mascherare la calvizie a ricorrere al classico “riporto” dei capelli sulla fronte. L’ignoto “caricaturista”, nelle informi linee presenti nella testa, avrà voluto probabilmente indicare quelle foglie di lauro che Cesare, grazie ad una corona di lauro, utilizzava per coprire la propria calvizie, corona che, come sappiamo da Dione, gli fu consentito di portare perennemente dopo la guerra di Spagna.

Volendo però accostare questa caricatura con il beffardo esametro di Clodio, dobbiamo rinunciare a vedere nelle linee una corona di alloro che, come accennato, Cesare indosserà solo dal 50, quando Clodio era ormai morto da due anni. Il Solin sottolinea la quasi impossibilità dell’ignoto designatore di vedere personalmente Cesare, notando inoltre come le prime monete raffiguranti il volto di Cesare vadano datate al 44 a.C.: e se ci trovassimo di fronte ad un ex soldato del dittatore? Ancora un appunto: il Caesar immortalato nel graffito sembra avere la barba, e di certo Cesare non l’aveva. Potremmo però ipotizzare che i segni irregolari che vanno dalla nuca verso le guance altro non siano che capelli, tracciati nell’iconografia monetaria come provenienti da dietro e a bande separate.

Conclusioni

Anche se il muro appare conservato in maniera sommaria (in pratica, solo un frammento lungo m. 5,15 ca), e l’intonaco appare in gran parte perduto, tentiamo, per concludere, di cercare una “cronologia”, se possibile, nella stesura dei graffiti. Un preciso riferimento viene dall’iscrizione di Clodio: il tribuno muore il 18 gennaio del 52 a.C., il graffito non deve essere di molto posteriore, il suo posizionamento, quasi al centro del muro, costituisce quasi una via obbligata per l’estensione degli altri. La testa di Gaio Giulio Cesare (morto il 15 marzo del 44 a.C.) è, salvo sporadici segni, di incerta lettura, l’ultimo graffito realizzato sul muro, la cui sopravvivenza al dittatore non dovette essere lunga. Un interro (per noi provvidenziale), in età augustea, seppellì definitivamente quella sorta di “Pasquino” locale.