Piero Longo

Archeologo

Il graffito propone in maniera estremamente sommaria una figura umana alta cm. 21 e larga cm. 13. Il personaggio non sembra avere un elmo in testa, e l’unico gladiatore a non disporre di una simile protezione era il retiarius. La linea verticale posta in mezzo alla testa potremmo identificarla con l’inizio dei capelli.

L’estrema inconsistenza artistica dell’anonimo estensore del disegno rende inoltre problematica la ricerca di quegli accorgimenti protettivi classici nella figura di questo genere di combattente. Con buona volontà, dovremmo riconoscere nel tratto dall’alto a destra verso il basso a sinistra quello che potremmo definire l’asta del tridente, l’arma di offesa che il reziario utilizzava una volta avviluppato l’avversario nella sua rete. Quest’ultima qui non compare: probabilmente il gladiatore l’aveva appena lanciata; dal fatto che la mano sinistra appaia impegnata nel reggere il tridente, possiamo immaginare di trovarci di fronte ad un mancino.

I gladiatori non erano tutti armati allo stesso modo e all’interno di una scuola gladiatoria molteplici erano le specialità di combattimento. Alcune parti del costume gladiatorio erano comuni a tutti i combattenti: le fasciae che ricoprivano le gambe, ed erano formate da strisce di cuoio; le manicae, pezzi di armatura che dovevano, almeno in teoria, proteggere un braccio, mentre, in realtà, erano un semplice pezzo di lana rivestita di lamelle di metallo. Tutti i gladiatori indossavano il subligaculum, una sorta di perizoma attaccato sotto il cinturone detto balteus. Nel nostro caso, il retiarius era facilmente identificabile per la rete che doveva lanciare sull’avversario per avvilupparlo, mentre per l’offesa e per tenere a distanza l’avversario aveva il tridente.

Al contrario degli altri gladiatori, quali il Samnes, riconoscibile per la pesante e magnifica armatura, ed il secutor, il retiarius aveva protetto il braccio sinistro e non il destro, perché era con la sinistra che doveva manovrare per avvolgere con la rete l’avversario. Inoltre questa protezione del braccio raggiungeva anche la spalla, sino a proteggere il retro della testa. Questo elemento suppletivo era chiamato galerus. Questa categoria di gladiatori non portava l’elmo e di solito il suo avversario diretto era il mirmillone, murmillo, o, più raramente, veniva contrapposto al secutor.

La tattica del retiarius era ovviamente tesa a mantenere a debita distanza l’avversario in attesa di avvolgerlo con la propria rete. Quest’ultima era collegata con il braccio del gladiatore grazie ad una cordicella, legata alla cintura, in modo che, nel caso di un lancio a vuoto, fosse facile recuperarla. Ancora ovvio appare il tentativo del retiarius di evitare il combattimento corpo a corpo, dove non avrebbe avuto scampo contro il gladium, una corta spada da cui deriva il termine gladiatore, arma di offesa dei suoi avversari.

Dove avrà combattuto l’ignoto retiarius del graffito? La risposta più ovvia sarebbe nell’anfiteatro, che a Terracina era posto nell’area tra via Martucci e via S. Rocco, ma le cui strutture non sembrano coeve al nostro graffito. Non appare destituita di fondamento anche l’ipotesi che l’ignoto estensore del disegno abbia ammirato il combattimento nelle immediate vicinanze del muro oggetto del nostro lavoro. Sappiamo infatti che a Roma, nel Foro repubblicano, avevano luogo i Ludi gladiatorii, e nulla ci impedisce di pensare che un simile spettacolo abbia avuto luogo nel Foro Emiliano.